Cultura

Alla scoperta di Banksy, il più grande writer dello street art contemporaneo

Al Mudec di Milano, fino al 14 aprile, la mostra non autorizzata da non perdere per gli amanti del writer britannico famoso per la sua "arte da strada".

Mentre il writer britannico più famoso al mondo continua a spargere qua e là i suoi graffiti antisistema, Milano lo celebra senza la sua autorizzazione: «Questo non è un museo. E questa, che state per vedere, non è una mostra». E’ così che il Mudec di Milano accoglie il visitatore un po’ disorientato, che sta per immergersi nel fantastico mondo di Banksy, dove nulla è come appare. La retrospettiva, non ufficiale e non autorizzata, dedicata al writer britannico più conosciuto e al tempo stesso più misterioso di sempre, è in corso fino al prossimo 14 aprile.

Banksy, le origini. Si comincia da ciò che più di tutto l’ha influenzato, come il pensiero di Vladimir Majakovskij ai tempi della grande rivoluzione sovietica, che esortava a fare delle strade “un trionfo dell’arte per tutti”, oppure il movimento graffitista americano degli anni Ottanta. E si prosegue, alla scoperta delle opere con cui Banksy ha tappezzato mezzo mondo negli ultimi 25 anni, mettendo in atto una vera e propria “Protesta Visiva” contro il consumismo, la guerra, le istituzioni, il conformismo. Un percorso, che risalendo all’origine del suo messaggio artistico, vuole esortare a riflettere in maniera critica su quale sia e potrà essere la collocazione di Banksy nel contesto più generale della storia dell’arte. Perché sebbene la sua posizione sia molto controversa tra gli addetti ai lavori, è indubbio che per un’intera generazione di giovani i suoi graffiti siano simboli antisistema e icone di una controcultura senza confini di spazio, capaci di andare oltre ogni barriera linguistica.

C’è la bambina che lascia volare in alto un palloncino rosso a forma di cuore. E’ apparsa per la prima volta sui muri di Londra nel 2002, ma è stata ripresa nel 2012, insieme ad altre opere con soggetti simili, per denunciare gli orrori subiti dal popolo siriano a causa della guerra. Quella stessa bambina che durante un’asta da Sotheby’s lo scorso ottobre, ha fatto tanto discutere perché è finita in tante striscioline davanti agli occhi attoniti del pubblico in sala, per via di un trita documenti inserito dall’artista nella cornice del quadro, in aperta polemica con il mercato dell’arte. C’è Winston Churchill con una cresta punk verde fosforescente, e la regina Elisabetta ingioiellata e incoronata di tutto punto, che al posto della sua faccia ha quella di una scimmia. C’è quel manifestante, con un fazzoletto che gli copre il viso e un cappellino alla rovescia in testa, pronto in posizione per lanciare non una bottiglia Molotov, ma un romantico mazzo di fiori. Banksy nel 2003 lo ha riproposto in Palestina, lungo la strada principale che da Gerusalemme porta a Betlemme, con l’intento di denunciare le atrocità della guerra che da decenni si combatte in quella parte del mondo. Analogo spirito muove i suoi graffiti sul tema dei migranti e della crisi umanitaria in atto. Su un muro, davanti alla super sorvegliata ambasciata francese a Londra, nel 2016 è apparsa Cosette, de I Miserabili di Victor Hugo, dietro ha una logora bandiera bianca, rossa e blu e le lacrime che le rigano il volto si ricollegano a una bomboletta di spray lacrimogeno più in basso, lo stesso usato dalla polizia francese durante un’incursione nella Giungla di Calais. Sono davvero tante le opere che Banksy ha realizzato dagli Stati Uniti all’Australia all’Europa. L’ultima è apparsa pochi giorni prima di Natale in una cittadina del Galles, Port Talbot, sul muro di un garage. A prima vista, il bambino raffigurato si diverte a “mangiare” i fiocchi di neve, che però, visti da un’altra prospettiva si trasformano nella cenere che si alza da un cassonetto in fiamme, disegnato proprio dietro l’angolo. La cittadina inglese dove il graffito è stato realizzato è uno dei luoghi più inquinati della Gran Bretagna, sede di una grande acciaieria.

Al Museo delle Culture a Milano l’incontro con l’arte di Banksy passa anche attraverso filmati e fotografie, che raccontano due opere dell’artista davvero sui generis. Nel 2015 il writer di Bristol ha dato vita a un “parco di disorientamento”, chiamato Dismaland, con tanto di castello incantato in rovina e Cenerentola cadavere nella carrozza incidentata. Nella deprimente località balneare inglese di Weston-super-Mare, nel Somerset, la mostra di 36 giorni, una distorsione sinistra di Disneyland, è stata descritta da Banksy come “un parco a tema per famiglie, non adatto ai bambini”.  Nel 2017, invece, proseguendo nella sua missione di attirare l’attenzione del pubblico sulla situazione in Palestina, l’artista ha rivelato la sua ultima iniziativa con l’apertura del Walled Off Hotel a Betlemme, di fronte al muro di separazione. Dieci stanze con vista sulla controversa barriera che separa Israele dai territori palestinesi, per una vera impresa commerciale, che ospita al suo interno anche un museo esclusivamente dedicato al muro e un negozio di articoli per graffitari.

La street art di Banksy è eloquente e sovversiva: prende posizione, lo fa contro il sistema e lo fa in maniera del tutto illegale. Quei graffiti, dipinti in fretta, di notte, sui muri dei palazzi privati o pubblici, ma quasi sempre senza autorizzazione, sono dei reati, per i quali Banksy è stato ed è tutt’ora ricercato dalla polizia di mezzo mondo. Per proteggersi ha scelto l’anonimato, nessuno sa che faccia abbia il writer di Bristol, che rivendica di tenere nascosta la propria identità anche per mantenere la sua indipendenza e sfuggire alle logiche del mercato dell’arte, che reputa un’idiozia, per usare un eufemismo. Aggiungiamoci pure, che tutto questo alone di mistero, lo ha trasformato in un vero e proprio mito, braccato da fan, giornalisti e curiosi, pronti a tutto per svelarne il volto, e ne ha fatto salire a dismisura le quotazioni. Per quanto disprezzato dai critici, una cosa è certa: con Banksy il movimento della street art è salito dalle strade ai musei e ha invaso il mercato dell’arte contemporanea. Se all’inizio le sue opere venivano rimosse in tutta fretta, oggi sono protette come tesori preziosi, quali in effetti sono diventati. Il paradosso è che per quanto Banksy sia invisibile, è probabilmente l’artista contemporaneo che conosciamo meglio. Sappiamo esattamente chi è. Sappiamo cosa pensa su tutti i temi più importanti che negli ultimi decenni hanno tenuto occupato il mondo. Che importa conoscere la sua faccia.

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Silvia Perugi

Cresciuta a Carrara, in Toscana, dal 2009 vive a Roma. Giornalista professionista, laureata in giurisprudenza, ha lavorato per l’agenzia stampa AdnKronos e per RDS. Adora Parigi e Raffaella Carrà. Le piace quando il sole le illumina il viso e il vento le scompiglia i capelli. E’ convinta che la felicità stia nel carboidrato e soprattutto nel cioccolato.

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