Salute

Perché associamo il piacere al peccato. I freni che ci rendono infelici e come combatterli

Scopriamo come si perde il piacere e come possiamo ritrovarlo, partendo dal presupposto che la conoscenza di sé stessi è l'inizio della libertà e quindi della felicità.

Abbiamo parlato nello scorso articolo dell’anedonia (https://www.heralditalia.it/non-riesco-piu-a-provare-piacere-cause-e-rimedi-dellanedonia/), cercando di affrontare il tema dell’ incapacità di una persona nel
provare piacere. Possiamo essere proprio noi stessi a darci un simile limite? Siamo proprio sicuri di
dare noi stessi il permesso di conoscere e seguire i nostri desideri?

Come rinunciamo al piacere. Frasi come “Prima il dovere e poi il piacere” possono lasciare un
segno nelle nostre convinzioni. In molte culture al piacere viene associato qualcosa di sbagliato, ed
anche nelle più importanti religioni il piacere viene associato, a volte impropriamente, al peccato.

Spesso è la nostra cultura a frenare il piacere. Non dobbiamo meravigliarci quindi se sentiamo dentro qualcosa che ci frena quando stiamo per concederci anche piccole indulgenze, una sorta di barriera interna che ci sbarra la strada. Una barriera che può funzionare in due modi. Se ci adeguiamo ad essa, in sostanza ci limitiamo non poco. Se invece ci ribelliamo, questa resterà comunque un riferimento costante, qualcosa da distruggere togliendo ogni freno ed abbandonandoci ad eccessi che poi alla fine, paradossalmente, ci anestetizzano ancor prima di distruggerci.

Come recuperare il contatto con il piacere. La soluzione è imparare a conoscere e riconoscere
come questo “pre”- giudizio interno si sia costruito, magari esplorandolo con l’aiuto di un terapeuta. Solo in questo modo si potrà imparare a distinguere ciò che nasce in modo naturale e spontaneo dentro di noi e cosa invece è determinato dalla nostra storia personale, psicologica e familiare.

Altri consigli per ritrovare il piacere. Possiamo poi imparare ad ascoltare meglio i messaggi del nostro corpo, aiutandoci magari con pratiche come la meditazione. Se riusciamo a riconoscerli e distinguerli dal resto, potremo anche fare a meno di regole ferree, costrizioni, diete e altre torture simili, che purtroppo durano il tempo della cosiddetta “forza di volontà” (poche settimane), per poi fallire miseramente quando ci ribelliamo alla stessa. La conoscenza di sé stessi diventa quindi libertà, naturalezza, assenza di sforzo, possibilità di scegliere e di farci guidare, in modo sano, dai nostri desideri.

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Vincenzo Andreoli

Medico chirurgo, psicoterapeuta. Master in coaching. Docente di psicoterapia, counseling e comunicazione. Pratica ed insegna la meditazione. Promotore in Italia della Teoria Integrale di Ken Wilber e curatore del sito www.psicologiaintegrale.it

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