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Perché criticare Carlo Ancelotti a Napoli non è lesa maestà

Il gioco dato da Sarri al Napoli era un ‘moltiplicatore’ delle capacità dei singoli calciatori. Oggi chi segue il Napoli ha il diritto-dovere di chiedere conto al tecnico di Reggiolo di alcune scelte tattiche (su tutte l’alternanza di Allan e Ruiz nel ruolo di regista).

La stagione del Napoli di Ancelotti si avvia ad una conclusione fortemente discussa tra tifosi e addetti ai lavori. C’è chi ritiene che il tecnico emiliano poteva (e “doveva”) fare di più e chi, invece, crede che con la rosa a disposizione Carlo Ancelotti non avrebbe potuto compiere miracoli. Sul dibattito in corso abbiamo raccolto il parere del giornalista appassionato del Napoli Alessandro Foresta.

 

Una premessa è doverosa. Considero Ancelotti il numero uno in circolazione, tra gli allenatori. Ma è evidente che ogni allenatore ha la sua storia, le sue caratteristiche, le sue qualità che mette a disposizione di una rosa di giocatori e di un ambiente. Carlo Ancelotti è un vincente ma è abituato ad esserlo con squadre di altissimo livello, e ancor di più allenando la squadra migliore di ogni singolo campionato in cui ha vinto. Questo perché adotta un calcio in cui lascia libero sfogo al talento di ogni singolo giocatore, non ‘addomesticandolo’ in movimenti predeterminati o costringendolo a giocate provate e riprovate in allenamento. Nel Real Madrid, nel Bayern Monaco, finanche nel Milan, sapeva di avere i giocatori migliori e stava a loro dimostralo saltando l’uomo, facendo la giocata risolutrice o l’assist illuminante. A questo ha sempre aggiunto un’enorme professionalità ma soprattutto una serenità e un’onesta intellettuale che i giocatori gli hanno sempre riconosciuto. Anche per questo è forse uno dei tecnici più amati dai giocatori (campioni) che ha allenato. Ma se alleni i migliori ti ‘basta’ (lì dove basta è chiaramente un eufemismo) metterli in campo al massimo della loro condizione fisica, sgombri di mente, ‘leggeri’ per così dire, ‘basta’ (ancora un eufemismo) fare un calcio ‘di posizione’ e dare come dicevamo prima libero sfogo al talento, immenso, dei tuoi campioni. Al Milan ha avuto il grande, enorme merito di ‘inventarsi’ l’ormai divenuto famoso albero di Natale, di mettere in campo tutti quei ‘numeri 10’ che gli hanno regalato tra le altre cose due Champions League. Ma se alleni una squadra che è nettamente inferiore alla tua concorrente per il titolo (in Italia ci riferiamo alla Juve) allora non ‘basta’ più quel calcio di posizione, non basta più dare libero sfogo al talento dei singoli (soprattutto, ahimè, se quei singoli di talento non ne hanno poi così tanto). Si perché, è inutile girarci intorno, Mario Rui, Hysaj, ma anche Maksimovic, Diawara, Rog non sono quelli che possono essere definiti….dei campioni. E allora c’è da escogitare qualcosa, da utilizzare qualcosa che funga da ‘moltiplicatore’ in campo dei valori dei singoli giocatori. Quella ‘cosa’ si chiama gioco. Maurizio Sarri (e questo articolo non vuole essere un’esaltazione di ciò che Sarri ha fatto a Napoli….o forse sì?!?!) grazie al gioco ha trasformato dei giocatori normali in giocatori capaci di giocarsi e quasi (consentite a noi provincialotti di dirlo e ribadirlo) di vincere uno Scudetto a Napoli. Ha consentito allo stesso Mario Rui di vedersela con Alex Sandro, a Jorginho di avere la meglio di Pjanic, a tre soli giocatori offensivi (Insigne, Mertens e Callejon) di battagliare un anno intero con un armamentario di prim’ordine composto tra gli altri da Dybala, Mandzukic, Douglas Costa, Higuain, Cuadrado, Bernardeschi. Volendo fare il famoso giochino dell’‘undici tipo’, legato alle rose dello scorso campionato di serie A, forse avremmo inserito solo Koulibaly ed Allan come giocatori del Napoli, poi via…con nove giocatori della Juve. Questo perché il gioco, il vero fuoriclasse del Napoli, era riuscito a limitare al massimo il disequilibrio tra una super potenza e una buona squadra. Ancelotti è un allenatore diverso. È un allenatore che riesce a mettere a proprio agio i calciatori, soprattutto se questi sono campioni. È un allenatore navigato, con una esperienza enorme, in grado di dispensare consigli dentro e fuori dal campo. Un allenatore che anche grazie a questa enorme esperienza maturata sul campo e grazie ai titoli vinti ha acquisito ancor più personalità e autorevolezza.

Ma attenzione perché oggi quell’autorevolezza (guadagnata da Ancelotti sul campo) non deve trasformarsi nell’incapacità da parte di chi ne ha il diritto-dovere di criticare, per carità in maniera velata, educata, perfino edulcorata, l’operato del tecnico. Ancelotti sta probabilmente commettendo degli errori, e quantomeno gliene va chiesto conto. Seguendo in tv la conferenza stampa pre Frosinone-Napoli ho ascoltato critiche sulla condizione fisica del Napoli (immediatamente e giustamente rispedite al mittente da Ancelotti), domande su domande sul caso Insigne, e infine domande sul futuro dello stesso tecnico che io per primo spero possa essere qui a Napoli. Ma non ho ascoltato una sola domanda, una sola, sul modo in cui il Napoli sta in campo, sulle scelte del tecnico, sul fatto che, dalla partenza di Hamsik, il Napoli giochi senza un regista, di fatto snaturando due giocatori come Fabian Ruiz e Allan che, sarà un caso, da gennaio non sono più loro.

Chiedere ad un grande allenatore, il più vincente della storia del calcio moderno, come mai il Napoli non ‘giri’, come mai di fatto Allan sia costretto (in alternanza con Ruiz) a fare il regista non riuscendo in questo modo a fare nemmeno più quello che faceva, e incredibilmente bene, fino a qualche mese fa, non è lesa maestà, anzi, dovrebbe essere una curiosità lecita da parte di chi è pagato per fare domande. Da gennaio il Napoli è semplicemente inguardabile, Hamsik era diventato ormai un giocatore da’6’, espressione usata da molti, ma ricopriva una posizione che oggi nessuno ricopre nel Napoli. Non è un caso se le prestazioni migliori della squadra di Ancelotti siano arrivate con l’accoppiata Hamsik-Allan in mezzo al campo e Ruiz finto esterno pronto ad accentrarsi (questa sì, una bella intuizione del tecnico, adoperata sempre in Champions). E non è un caso se il Napoli abbia disputato una delle migliori prestazioni della stagione contro la Lazio, con Diawara e Ruiz centrali e Zielinski finto esterno. Sì perché Diawara, con caratteristiche certamente diverse da quelle di Hamsik, è l’unico attualmente nella rosa del Napoli che assomigli a un regista ed ecco che il Ruiz della situazione vicino a lui può tornare a fare le cose che sa fare. E poi ci sono gli obbrobri dei due esterni larghi, visti contro il Chievo in casa o il Milan in Coppa Italia con i due centrocampisti centrali costretti a vedersela puntualmente contro tre o addirittura quattro avversari in mezzo al campo.

Chiedere conto ad un grandissimo allenatore quale è Carlo Ancelotti di scelte di questo tipo (che purtroppo ancora oggi continuano) non è lesa maestà, ma dovrebbe essere la giusta curiosità di ogni osservatore che vuole il bene del Napoli. Chiedere conto, con educazione e consentiteci il termine perfino prostrazione, senza il rischio di rompere il giocattolo, perché siamo tutti tifosi del Napoli e per fortuna il Napoli è da anni un giocattolo che funziona.

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